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Di notte, in bicicletta, Milano si rilassa. Ho appena finito di lavorare e sono le due e mezza passate. Sull’altro lato della strada c’è un portone a vetri e a tenerlo aperto c’è una signora vestita di nero, occhiali da sole neri, capelli raccolti in una coda, borsa. Fuma e sembra aspettare qualcuno che sta per arrivare. Mi fermo e ne accendo una anche io, che mi sembra di non fumare da ore. La vedo uscire dal portone, chiude e sembra che stia per andare. Finisce la sua sigaretta e ne accende subito un’altra, prende le chiavi e, aprendo, rientra nell’androne tenendo la porta aperta. Fuma come se avesse fretta. Io sono a metà della mia che lei già esce di nuovo, chiude, finisce la sua, la butta giù dal marciapiede, si guarda intorno, poco, ne accende un’altra e riapre il portone. E aspetta.
Finisco la mia e parto. A volte la luce dei lampioni o il colore dell’asfalto mi sembrano la luce dei lampioni o il colore dell’asfalto di altre città in cui sono stato, e per un attimo sogno che è lì che sono. Passo vicino ad un gruppo fermo di ragazzini degli anni ’90 che parlano di amore, possibilità e serenità, ma il tempo di avere un brivido che già da un altro portone sbuca un quarantenne, si sistema i vestiti, forse sta uscendo. Dietro di lui, nel buio, mi sembra di vedere la luce di un telefonino.
In questa zona, quasi in centro, ci sono poche auto; in giro c’è gente in motorino, bicicletta, a piedi. Tra questi, altri lavoratori della notte: su alcuni si legge impietoso lo sguardo cupo e arrabbiato, altri sono indistintamente stanchi; ma su qualcuno si nota un sorriso, forse è già iniziato il giorno libero, forse stanno raggiungendo qualcuno che nel sonno sorriderà quando le loro labbra si sfioreranno.
I semafori sono tutti arancioni, lampeggiano quasi all’unisono, tranne qualcuno. Faccio slalom tra le camionette per la pulizia delle strade, valuto l’ipotesi di usare l’Ipod, la scarto. L’acqua che gli spazzini usano per lavare, solleva l’odore che fa la pioggia. E non piove da giorni, fa caldo anche di notte.
Le prime auto mi sorpassano con facilità. Incontro un gruppo di turiste, straniere, giovani, stanche, forse ubriache, le saluto con una scampanellata pensando di rendere omaggio a quella loro notte di vacanze italiane, mi rispondono facendomi sentire come l’ennesimo maniaco che fa apprezzamenti più o meno leciti alle ragazze per strada. Io?
Altri semafori che non dicono niente. Lampeggiano. Tra poco inizia il viale di giorno trafficatissimo e ai cui lati ci sono solo condomini, palazzoni e traverse che portano lontano. Ci arrivo dopo aver affrontato un incrocio molto complicato al quale, dalla mia destra, arriva un’auto sportiva. Rallento, ma l’uomo, capelli grigi, magro, occhiali, si ferma e mi fa prego con la mano. Rispondo con una cenno della mia per ringraziare. Io vado dritto, lui gira alla sua destra. Io salgo sul marciapiede, lui ovviamente è sulla strada e giustamente mi supera per poi fermarsi poco più in là, dove c’è un passo carraio e tra lui e me non c’è la fila di auto parcheggiate. Quando passo sembra lì ad aspettarmi, sembra mi guardi, oppure sta controllando il numero civico da un minuto. Non mi sento affatto lusingato di questa cosa. Mi fa ridere, invece, ma solo dopo aver controllato che abbia capito che non sono interessato all’offerta.
Di notte si notano facilmente le finestre illuminate, che d’estate restano aperte su uno scorcio di umanità insonne. Si vedono pale di ventilatori, librerie, televisori accesi, fumatori affacciati. Il salotto, il soggiorno, la camera da letto.
Giro a sinistra e contromano percorro la strada di casa mia.

